La Spia

La Spia – contro ogni forma di mafia

  • Sportello delle Criticità bancarie: “proseguono i disagi degli azioni Bapr”
    Lo Sportello delle criticità bancarie e tributarie segue da quasi un anno le problematiche legate alle banche popolari, a seguito dell’approvazione del cosiddtto “bail in” e alle notorie vicende di disastri creati da alcune di esse a danno dei risparmiatori. In Italia ci sono circa 580 mila risparmiatori che hanno investito sui titoli delle banche popolari (istituti non quotati) e il valore dei loro investimenti al 31 dicembre 2015 veniva valutato in complessivi 16,2 miliardi di euro nei bilanci delle stesse banche. “Le valutazioni di questi titoli  -scrivono i responsabili dello sportello- appaiono quantomeno generose se comparate a quelle di istituti quotati e la dimostrazione è data dal fatto che tutti vogliono vendere, ma pochissimi comprano. Storicamente questi strumenti essendo proposte dallo stesso ente emittente hanno scontato un conflitto d’interesse nel collocamento e in molti casi i piccoli risparmiatori non hanno potuto valutare l’adeguatezza dell’investimento. A ciò si aggiunga la notoria crisi dell’intero sistema bancario italiano e l’aumento delle “sofferenze bancarie” per portare Istituti storicamente più solidi in difficoltà. E’ un dato di fatto che le piccole banche a dimensione territoriale e a gestione quasi familiare vivono la non economicità della propria attività, con costi di gestione elevati e non competitivi con i grandi gruppi e margini di interesse che si riducono”. A luglio del 2016 lo Sportello ha pubblicato un documento sulla questione degli azionisti della Banca Agricola Popolare di Ragusa. “Diversi associati, infatti, -spiegano ancora- riscontravano difficoltà nel disinvestimento dei titoli. L’azione ordinaria BAPR (strumento finanziario emesso dalla ... read more
    Source: La SpiaPublished on 2017-01-09By Salvo Vassallo
    4 months ago
  • Mafia, in memoria del piccolo Giuseppe, donne ‘coltivano’ riscatto
    Dall’omicidio del piccolo Giuseppe Di Matteo al riscatto di dieci giovani donne che hanno imparato l’agricoltura sociale e trasmesso valori di legalita’ e inclusione a oltre 120 minori ospiti di case famiglia, comunita’ alloggio, disabili o autori di reato. Sara’ questo il filo conduttore delle iniziative organizzate in occasione del ventunesimo anniversario dell’omicidio Di Matteo, ucciso e sciolto nell’acido, da Libera Palermo e dal comune di San Giuseppe Jato, dal titolo “A Giuseppe che non ha chiuso gli occhi… perche’ li ha aperti a noi”. Nel bene confiscato al boss Giovanni Brusca in contrada Giambascio, dove fu ucciso il piccolo Giuseppe, oggi sorge il Giardino della Memoria e in contrada Ginestra, a pochi passi dal Memoriale della strage del primo maggio 1947, su un bene riconducibile ai Brusca, sorge il centro Di Matteo. I due beni sono stati sede del progetto “Chi Semina Racconta”, finanziato dalla Presidenza del Consiglio dei ministri e realizzato dalla Cooperativa sociale Placido Rizzotto (capofila), da Libera Palermo, da Orizzonte Donna onlus e dalla Rete delle Fattorie sociali Sicilia. Qui dieci giovani donne sono diventate operatrici di Biofattoria sociale nell’ambito di un programma che ha coinvolto anche 120 minori in difficolta’, disabili o autori di reato. Domani alle 10,30, presso l’Aula consiliare del Comune di San Giuseppe Jato e alla presenza delle associazioni locali e delle scuole, l’amministrazione comunale e quella di Prato firmeranno una lettera d’intenti per la promozione di percorsi comuni all’insegna della legalita’, della collaborazione e dell’amicizia; alle 16, nell’Aula Pio La Torre ... read more
    Source: La SpiaPublished on 2017-01-09By Redazione
    4 months ago
  • Mafia, in memoria del piccolo Giuseppe, donne ‘coltivano’ riscatto
    Dall’omicidio del piccolo Giuseppe Di Matteo al riscatto di dieci giovani donne che hanno imparato l’agricoltura sociale e trasmesso valori di legalita’ e inclusione a oltre 120 minori ospiti di case famiglia, comunita’ alloggio, disabili o autori di reato. Sara’ questo il filo conduttore delle iniziative organizzate in occasione del ventunesimo anniversario dell’omicidio Di Matteo, ucciso e sciolto nell’acido, da Libera Palermo e dal comune di San Giuseppe Jato, dal titolo “A Giuseppe che non ha chiuso gli occhi… perche’ li ha aperti a noi”. Nel bene confiscato al boss Giovanni Brusca in contrada Giambascio, dove fu ucciso il piccolo Giuseppe, oggi sorge il Giardino della Memoria e in contrada Ginestra, a pochi passi dal Memoriale della strage del primo maggio 1947, su un bene riconducibile ai Brusca, sorge il centro Di Matteo. I due beni sono stati sede del progetto “Chi Semina Racconta”, finanziato dalla Presidenza del Consiglio dei ministri e realizzato dalla Cooperativa sociale Placido Rizzotto (capofila), da Libera Palermo, da Orizzonte Donna onlus e dalla Rete delle Fattorie sociali Sicilia. Qui dieci giovani donne sono diventate operatrici di Biofattoria sociale nell’ambito di un programma che ha coinvolto anche 120 minori in difficolta’, disabili o autori di reato. Domani alle 10,30, presso l’Aula consiliare del Comune di San Giuseppe Jato e alla presenza delle associazioni locali e delle scuole, l’amministrazione comunale e quella di Prato firmeranno una lettera d’intenti per la promozione di percorsi comuni all’insegna della legalita’, della collaborazione e dell’amicizia; alle 16, nell’Aula Pio La Torre ... read more
    Source: La SpiaPublished on 2017-01-09By Redazione
    4 months ago
  • Mafia, in memoria del piccolo Giuseppe, donne ‘coltivano’ riscatto
    Dall’omicidio del piccolo Giuseppe Di Matteo al riscatto di dieci giovani donne che hanno imparato l’agricoltura sociale e trasmesso valori di legalita’ e inclusione a oltre 120 minori ospiti di case famiglia, comunita’ alloggio, disabili o autori di reato. Sara’ questo il filo conduttore delle iniziative organizzate in occasione del ventunesimo anniversario dell’omicidio Di Matteo, ucciso e sciolto nell’acido, da Libera Palermo e dal comune di San Giuseppe Jato, dal titolo “A Giuseppe che non ha chiuso gli occhi… perche’ li ha aperti a noi”. Nel bene confiscato al boss Giovanni Brusca in contrada Giambascio, dove fu ucciso il piccolo Giuseppe, oggi sorge il Giardino della Memoria e in contrada Ginestra, a pochi passi dal Memoriale della strage del primo maggio 1947, su un bene riconducibile ai Brusca, sorge il centro Di Matteo. I due beni sono stati sede del progetto “Chi Semina Racconta”, finanziato dalla Presidenza del Consiglio dei ministri e realizzato dalla Cooperativa sociale Placido Rizzotto (capofila), da Libera Palermo, da Orizzonte Donna onlus e dalla Rete delle Fattorie sociali Sicilia. Qui dieci giovani donne sono diventate operatrici di Biofattoria sociale nell’ambito di un programma che ha coinvolto anche 120 minori in difficolta’, disabili o autori di reato. Domani alle 10,30, presso l’Aula consiliare del Comune di San Giuseppe Jato e alla presenza delle associazioni locali e delle scuole, l’amministrazione comunale e quella di Prato firmeranno una lettera d’intenti per la promozione di percorsi comuni all’insegna della legalita’, della collaborazione e dell’amicizia; alle 16, nell’Aula Pio La Torre ... read more
    Source: La SpiaPublished on 2017-01-09By Redazione
    4 months ago
  • Mafia, in memoria del piccolo Giuseppe, donne ‘coltivano’ riscatto
    Dall’omicidio del piccolo Giuseppe Di Matteo al riscatto di dieci giovani donne che hanno imparato l’agricoltura sociale e trasmesso valori di legalita’ e inclusione a oltre 120 minori ospiti di case famiglia, comunita’ alloggio, disabili o autori di reato. Sara’ questo il filo conduttore delle iniziative organizzate in occasione del ventunesimo anniversario dell’omicidio Di Matteo, ucciso e sciolto nell’acido, da Libera Palermo e dal comune di San Giuseppe Jato, dal titolo “A Giuseppe che non ha chiuso gli occhi… perche’ li ha aperti a noi”. Nel bene confiscato al boss Giovanni Brusca in contrada Giambascio, dove fu ucciso il piccolo Giuseppe, oggi sorge il Giardino della Memoria e in contrada Ginestra, a pochi passi dal Memoriale della strage del primo maggio 1947, su un bene riconducibile ai Brusca, sorge il centro Di Matteo. I due beni sono stati sede del progetto “Chi Semina Racconta”, finanziato dalla Presidenza del Consiglio dei ministri e realizzato dalla Cooperativa sociale Placido Rizzotto (capofila), da Libera Palermo, da Orizzonte Donna onlus e dalla Rete delle Fattorie sociali Sicilia. Qui dieci giovani donne sono diventate operatrici di Biofattoria sociale nell’ambito di un programma che ha coinvolto anche 120 minori in difficolta’, disabili o autori di reato. Domani alle 10,30, presso l’Aula consiliare del Comune di San Giuseppe Jato e alla presenza delle associazioni locali e delle scuole, l’amministrazione comunale e quella di Prato firmeranno una lettera d’intenti per la promozione di percorsi comuni all’insegna della legalita’, della collaborazione e dell’amicizia; alle 16, nell’Aula Pio La Torre ... read more
    Source: La SpiaPublished on 2017-01-09By Redazione
    4 months ago
  • Terrorismo e mafia vanno a braccetto nel Mediterraneo…(di Salvatore Calleri)
    Perchè il terrorismo internazionale jihadista e le mafie sono legate in modo piu’ stretto di quanto sembri? La mafia è oramai da tempo un soggetto geopolitico molto forte in grado di agire a 360 gradi in difesa dei propri interessi. Il terrorismo lo è pure. In molti campi i reciproci interessi s’incrociano. In particolare vengono condivisi i traffici di droga, di armi e di esseri umani. Ma anche altri traffici alla bisogna, perchè quando le rotte sono sicure possono essere sempre usate. Diamo un’occhiata a cosa succede nel Mediterraneo.  Il bellissimo libro di Aldo Musci “Tutte le mafie del mondo” ad un certo punto si sofferma sugli intrecci esistenti tra i trafficanti  e i gruppi terroristi jiadhisti-integralisti con la droga che proveniente dal continente americano raggiunge le coste dell’Africa centrale per poi proseguire verso un continente europeo avido di cocaina e di altre sostanze stupefacenti seguendo la vecchia via del sale. La vecchia via del sale oggi via della droga viene percorsa in sintonia con governi deboli infiltrati dalla mafia, narcos, mafiosi italiani, nigeriani e gruppi salafiti e jihadisti. Siamo quindi di fronte ad un intreccio micidiale che vale anche  per l’area sub sahariana e le coste libiche. Questo intreccio sopra descritto è solo un semplice esempio, tant’è che lo schema viene seguito anche da altre parti nel mondo. Terrorismo jihadista e mafia vanno a braccetto da tempo benchè siano entita’ diverse e vanno combattute assieme sennò la battaglia sarà persa in partenza. ... read more
    Source: La SpiaPublished on 2017-01-09By Salvatore Calleri
    4 months ago
  • Terrorismo e mafia vanno a braccetto nel Mediterraneo…(di Salvatore Calleri)
    Perchè il terrorismo internazionale jihadista e le mafie sono legate in modo piu’ stretto di quanto sembri? La mafia è oramai da tempo un soggetto geopolitico molto forte in grado di agire a 360 gradi in difesa dei propri interessi. Il terrorismo lo è pure. In molti campi i reciproci interessi s’incrociano. In particolare vengono condivisi i traffici di droga, di armi e di esseri umani. Ma anche altri traffici alla bisogna, perchè quando le rotte sono sicure possono essere sempre usate. Diamo un’occhiata a cosa succede nel Mediterraneo.  Il bellissimo libro di Aldo Musci “Tutte le mafie del mondo” ad un certo punto si sofferma sugli intrecci esistenti tra i trafficanti  e i gruppi terroristi jiadhisti-integralisti con la droga che proveniente dal continente americano raggiunge le coste dell’Africa centrale per poi proseguire verso un continente europeo avido di cocaina e di altre sostanze stupefacenti seguendo la vecchia via del sale. La vecchia via del sale oggi via della droga viene percorsa in sintonia con governi deboli infiltrati dalla mafia, narcos, mafiosi italiani, nigeriani e gruppi salafiti e jihadisti. Siamo quindi di fronte ad un intreccio micidiale che vale anche  per l’area sub sahariana e le coste libiche. Questo intreccio sopra descritto è solo un semplice esempio, tant’è che lo schema viene seguito anche da altre parti nel mondo. Terrorismo jihadista e mafia vanno a braccetto da tempo benchè siano entita’ diverse e vanno combattute assieme sennò la battaglia sarà persa in partenza. ... read more
    Source: La SpiaPublished on 2017-01-09By Salvatore Calleri
    4 months ago
  • Terrorismo e mafia vanno a braccetto nel Mediterraneo…(di Salvatore Calleri)
    Perchè il terrorismo internazionale jihadista e le mafie sono legate in modo piu’ stretto di quanto sembri? La mafia è oramai da tempo un soggetto geopolitico molto forte in grado di agire a 360 gradi in difesa dei propri interessi. Il terrorismo lo è pure. In molti campi i reciproci interessi s’incrociano. In particolare vengono condivisi i traffici di droga, di armi e di esseri umani. Ma anche altri traffici alla bisogna, perchè quando le rotte sono sicure possono essere sempre usate. Diamo un’occhiata a cosa succede nel Mediterraneo.  Il bellissimo libro di Aldo Musci “Tutte le mafie del mondo” ad un certo punto si sofferma sugli intrecci esistenti tra i trafficanti  e i gruppi terroristi jiadhisti-integralisti con la droga che proveniente dal continente americano raggiunge le coste dell’Africa centrale per poi proseguire verso un continente europeo avido di cocaina e di altre sostanze stupefacenti seguendo la vecchia via del sale. La vecchia via del sale oggi via della droga viene percorsa in sintonia con governi deboli infiltrati dalla mafia, narcos, mafiosi italiani, nigeriani e gruppi salafiti e jihadisti. Siamo quindi di fronte ad un intreccio micidiale che vale anche  per l’area sub sahariana e le coste libiche. Questo intreccio sopra descritto è solo un semplice esempio, tant’è che lo schema viene seguito anche da altre parti nel mondo. Terrorismo jihadista e mafia vanno a braccetto da tempo benchè siano entita’ diverse e vanno combattute assieme sennò la battaglia sarà persa in partenza. ... read more
    Source: La SpiaPublished on 2017-01-09By Salvatore Calleri
    4 months ago
  • Terrorismo e mafia vanno a braccetto nel Mediterraneo…(di Salvatore Calleri)
    Perchè il terrorismo internazionale jihadista e le mafie sono legate in modo piu’ stretto di quanto sembri? La mafia è oramai da tempo un soggetto geopolitico molto forte in grado di agire a 360 gradi in difesa dei propri interessi. Il terrorismo lo è pure. In molti campi i reciproci interessi s’incrociano. In particolare vengono condivisi i traffici di droga, di armi e di esseri umani. Ma anche altri traffici alla bisogna, perchè quando le rotte sono sicure possono essere sempre usate. Diamo un’occhiata a cosa succede nel Mediterraneo.  Il bellissimo libro di Aldo Musci “Tutte le mafie del mondo” ad un certo punto si sofferma sugli intrecci esistenti tra i trafficanti  e i gruppi terroristi jiadhisti-integralisti con la droga che proveniente dal continente americano raggiunge le coste dell’Africa centrale per poi proseguire verso un continente europeo avido di cocaina e di altre sostanze stupefacenti seguendo la vecchia via del sale. La vecchia via del sale oggi via della droga viene percorsa in sintonia con governi deboli infiltrati dalla mafia, narcos, mafiosi italiani, nigeriani e gruppi salafiti e jihadisti. Siamo quindi di fronte ad un intreccio micidiale che vale anche  per l’area sub sahariana e le coste libiche. Questo intreccio sopra descritto è solo un semplice esempio, tant’è che lo schema viene seguito anche da altre parti nel mondo. Terrorismo jihadista e mafia vanno a braccetto da tempo benchè siano entita’ diverse e vanno combattute assieme sennò la battaglia sarà persa in partenza. The post Terrorismo e mafia vanno a ... read more
    Source: La SpiaPublished on 2017-01-09By Salvatore Calleri
    4 months ago
  • Patria, Nazione…o cosa?
    Leo Valiani ha detto che l’Italia deve essere patriottica ma non nazionalista. Egli intendeva dire che l’Italia deve coltivare un sentimento di amore per la patria e ripudiare l’esaltazione dell’idea di nazione. E già! Perché il patriottismo nasce dall’amore verso la patria, un sentimento che, parafrasando Gaber, presuppone “un completamento”, mentre il sentimento nazionalista si basa sul principio dell’autosufficienza. Il patriottismo, in quanto sentimento d’amore, presuppone inevitabilmente l’apertura, l’incontro, ponendo le condizioni per un matrimonio che, anche attraverso la rinuncia, produce vita, mentre il nazionalismo si basa sulla soverchieria, sull’occupazione fisica, dalla cui gestazione può nascere solo odio. Oggi, purtroppo, vedo fiorire numerosi slogan dal sapore chiaramente nazionalistico. Molti politici e cittadini ritengono minacciata la nostra identità culturale nazionale e per questo manifestano rabbia e odio verso tutto ciò che essi stessi identificano come la causa di questa minaccia. Siamo già fuori dal campo di azione dell’amore e stiamo tornando ad un livello diverso di riflessione, che non vuole più quel completamento nella cosapevolezza della propria incompletezza ma che pretende la conservazione della propria identità, ritenuta in quanto tale, autosufficiente. E badate bene, questo sentimento di esclusione dell’altro, in una logica di identificazione autarchica, non si manifesta più e non solo nei confronti dei migranti ma anche nei confronti dell’Unione Europea, alimentando il sogno di un ritorno a quell’Europa delle nazioni, del cui tragico ricordo sono testimoni le cicatrici che ci portiamo addosso. Il paradosso, poi, si completa nel momento in cui questo sentimento “esclusivo” viene radicalizzato e ulteriormente ... read more
    Source: La SpiaPublished on 2017-01-08By Antonio Ruta
    4 months ago
  • Patria, Nazione…o cosa?
    Leo Valiani ha detto che l’Italia deve essere patriottica ma non nazionalista. Egli intendeva dire che l’Italia deve coltivare un sentimento di amore per la patria e ripudiare l’esaltazione dell’idea di nazione. E già! Perché il patriottismo nasce dall’amore verso la patria, un sentimento che, parafrasando Gaber, presuppone “un completamento”, mentre il sentimento nazionalista si basa sul principio dell’autosufficienza. Il patriottismo, in quanto sentimento d’amore, presuppone inevitabilmente l’apertura, l’incontro, ponendo le condizioni per un matrimonio che, anche attraverso la rinuncia, produce vita, mentre il nazionalismo si basa sulla soverchieria, sull’occupazione fisica, dalla cui gestazione può nascere solo odio. Oggi, purtroppo, vedo fiorire numerosi slogan dal sapore chiaramente nazionalistico. Molti politici e cittadini ritengono minacciata la nostra identità culturale nazionale e per questo manifestano rabbia e odio verso tutto ciò che essi stessi identificano come la causa di questa minaccia. Siamo già fuori dal campo di azione dell’amore e stiamo tornando ad un livello diverso di riflessione, che non vuole più quel completamento nella cosapevolezza della propria incompletezza ma che pretende la conservazione della propria identità, ritenuta in quanto tale, autosufficiente. E badate bene, questo sentimento di esclusione dell’altro, in una logica di identificazione autarchica, non si manifesta più e non solo nei confronti dei migranti ma anche nei confronti dell’Unione Europea, alimentando il sogno di un ritorno a quell’Europa delle nazioni, del cui tragico ricordo sono testimoni le cicatrici che ci portiamo addosso. Il paradosso, poi, si completa nel momento in cui questo sentimento “esclusivo” viene radicalizzato e ulteriormente ... read more
    Source: La SpiaPublished on 2017-01-08By Antonio Ruta
    4 months ago
  • Patria, Nazione…o cosa?
    Leo Valiani ha detto che l’Italia deve essere patriottica ma non nazionalista. Egli intendeva dire che l’Italia deve coltivare un sentimento di amore per la patria e ripudiare l’esaltazione dell’idea di nazione. E già! Perché il patriottismo nasce dall’amore verso la patria, un sentimento che, parafrasando Gaber, presuppone “un completamento”, mentre il sentimento nazionalista si basa sul principio dell’autosufficienza. Il patriottismo, in quanto sentimento d’amore, presuppone inevitabilmente l’apertura, l’incontro, ponendo le condizioni per un matrimonio che, anche attraverso la rinuncia, produce vita, mentre il nazionalismo si basa sulla soverchieria, sull’occupazione fisica, dalla cui gestazione può nascere solo odio. Oggi, purtroppo, vedo fiorire numerosi slogan dal sapore chiaramente nazionalistico. Molti politici e cittadini ritengono minacciata la nostra identità culturale nazionale e per questo manifestano rabbia e odio verso tutto ciò che essi stessi identificano come la causa di questa minaccia. Siamo già fuori dal campo di azione dell’amore e stiamo tornando ad un livello diverso di riflessione, che non vuole più quel completamento nella cosapevolezza della propria incompletezza ma che pretende la conservazione della propria identità, ritenuta in quanto tale, autosufficiente. E badate bene, questo sentimento di esclusione dell’altro, in una logica di identificazione autarchica, non si manifesta più e non solo nei confronti dei migranti ma anche nei confronti dell’Unione Europea, alimentando il sogno di un ritorno a quell’Europa delle nazioni, del cui tragico ricordo sono testimoni le cicatrici che ci portiamo addosso. Il paradosso, poi, si completa nel momento in cui questo sentimento “esclusivo” viene radicalizzato e ulteriormente ... read more
    Source: La SpiaPublished on 2017-01-08By Antonio Ruta
    4 months ago
  • Patria, Nazione…o cosa?
    Leo Valiani ha detto che l’Italia deve essere patriottica ma non nazionalista. Egli intendeva dire che l’Italia deve coltivare un sentimento di amore per la patria e ripudiare l’esaltazione dell’idea di nazione. E già! Perché il patriottismo nasce dall’amore verso la patria, un sentimento che, parafrasando Gaber, presuppone “un completamento”, mentre il sentimento nazionalista si basa sul principio dell’autosufficienza. Il patriottismo, in quanto sentimento d’amore, presuppone inevitabilmente l’apertura, l’incontro, ponendo le condizioni per un matrimonio che, anche attraverso la rinuncia, produce vita, mentre il nazionalismo si basa sulla soverchieria, sull’occupazione fisica, dalla cui gestazione può nascere solo odio. Oggi, purtroppo, vedo fiorire numerosi slogan dal sapore chiaramente nazionalistico. Molti politici e cittadini ritengono minacciata la nostra identità culturale nazionale e per questo manifestano rabbia e odio verso tutto ciò che essi stessi identificano come la causa di questa minaccia. Siamo già fuori dal campo di azione dell’amore e stiamo tornando ad un livello diverso di riflessione, che non vuole più quel completamento nella cosapevolezza della propria incompletezza ma che pretende la conservazione della propria identità, ritenuta in quanto tale, autosufficiente. E badate bene, questo sentimento di esclusione dell’altro, in una logica di identificazione autarchica, non si manifesta più e non solo nei confronti dei migranti ma anche nei confronti dell’Unione Europea, alimentando il sogno di un ritorno a quell’Europa delle nazioni, del cui tragico ricordo sono testimoni le cicatrici che ci portiamo addosso. Il paradosso, poi, si completa nel momento in cui questo sentimento “esclusivo” viene radicalizzato e ulteriormente ... read more
    Source: La SpiaPublished on 2017-01-08By Antonio Ruta
    4 months ago
  • Beppe Alfano, 24 anni senza Giustizia: un cronista di razza che sfidò la verità!
      Beppe Alfano aveva il fiuto del cronista di razza, ma non era neanche giornalista pubblicista (lo fu solo dopo la sua morte, come Giovanni Spampinato, Peppino Impastato e Mauro Rostagno) quando, l’otto gennaio di 24 anni fa, cadde sotto i colpi di pistola di un killer di cosa nostra. A 42 anni lavorava ed investigava, cercando la verità, in maniera solitaria su mafia, politica, intrecci fra comitati d’affari e massoneria che speculava su diversi traffici illegali avvalendosi, già all’epoca, di sovvenzioni Europee. Alfano aveva da poco iniziato un’inchiesta giornalistica che riguardava un traffico internazionale di armi, passando dalla “sua” Messina. Un’altra sua “colpa”, forse la maggiore, fu quella di aver contribuito alla cattura del boss catanese Nitto Santapaola. “Non è più tollerabile che Barcellona debba sottostare alla legge del terrore imposta da esseri socialmente pericolosi. Il tutto mentre le istituzioni politiche di peso stanno a guardare; alcuni partiti sono più latitanti che mai”. Scriveva così Beppe Alfano che si domandava: “Quali iniziative “forti” i due politici di razza barcellonese hanno intrapreso negli ultimi anni presso il ministro degli Interni affinchè, una volta per tutte, anche i barcellonesi possano finalmente iniziare a vivere tranquilli?”. Domande rimaste senza risposta, come quelle relative ai veri responsabili della sua morte. Dopo l’omicidio di Beppe Alfano seguì, infatti, un lungo processo, ancora oggi non concluso, che condannò un boss locale, Giuseppe Gullotti, all’ergastolo per aver organizzato l’omicidio, lasciando ancora ignoti i veri mandanti e le circostanze che scaturirono l’ordine di morte nei suoi confronti. 24 anni senza ... read more
    Source: La SpiaPublished on 2017-01-08By Paolo Borrometi
    4 months ago
  • Beppe Alfano, 24 anni senza Giustizia: un cronista di razza che sfidò la verità!
      Beppe Alfano aveva il fiuto del cronista di razza, ma non era neanche giornalista pubblicista (lo fu solo dopo la sua morte, come Giovanni Spampinato, Peppino Impastato e Mauro Rostagno) quando, l’otto gennaio di 24 anni fa, cadde sotto i colpi di pistola di un killer di cosa nostra. A 42 anni lavorava ed investigava, cercando la verità, in maniera solitaria su mafia, politica, intrecci fra comitati d’affari e massoneria che speculava su diversi traffici illegali avvalendosi, già all’epoca, di sovvenzioni Europee. Alfano aveva da poco iniziato un’inchiesta giornalistica che riguardava un traffico internazionale di armi, passando dalla “sua” Messina. Un’altra sua “colpa”, forse la maggiore, fu quella di aver contribuito alla cattura del boss catanese Nitto Santapaola. “Non è più tollerabile che Barcellona debba sottostare alla legge del terrore imposta da esseri socialmente pericolosi. Il tutto mentre le istituzioni politiche di peso stanno a guardare; alcuni partiti sono più latitanti che mai”. Scriveva così Beppe Alfano che si domandava: “Quali iniziative “forti” i due politici di razza barcellonese hanno intrapreso negli ultimi anni presso il ministro degli Interni affinchè, una volta per tutte, anche i barcellonesi possano finalmente iniziare a vivere tranquilli?”. Domande rimaste senza risposta, come quelle relative ai veri responsabili della sua morte. Dopo l’omicidio di Beppe Alfano seguì, infatti, un lungo processo, ancora oggi non concluso, che condannò un boss locale, Giuseppe Gullotti, all’ergastolo per aver organizzato l’omicidio, lasciando ancora ignoti i veri mandanti e le circostanze che scaturirono l’ordine di morte nei suoi confronti. 24 anni senza ... read more
    Source: La SpiaPublished on 2017-01-08By Paolo Borrometi
    4 months ago
  • Beppe Alfano, 24 anni senza Giustizia: un cronista di razza che sfidò la verità!
      Beppe Alfano aveva il fiuto del cronista di razza, ma non era neanche giornalista pubblicista (lo fu solo dopo la sua morte, come Giovanni Spampinato, Peppino Impastato e Mauro Rostagno) quando, l’otto gennaio di 24 anni fa, cadde sotto i colpi di pistola di un killer di cosa nostra. A 42 anni lavorava ed investigava, cercando la verità, in maniera solitaria su mafia, politica, intrecci fra comitati d’affari e massoneria che speculava su diversi traffici illegali avvalendosi, già all’epoca, di sovvenzioni Europee. Alfano aveva da poco iniziato un’inchiesta giornalistica che riguardava un traffico internazionale di armi, passando dalla “sua” Messina. Un’altra sua “colpa”, forse la maggiore, fu quella di aver contribuito alla cattura del boss catanese Nitto Santapaola. “Non è più tollerabile che Barcellona debba sottostare alla legge del terrore imposta da esseri socialmente pericolosi. Il tutto mentre le istituzioni politiche di peso stanno a guardare; alcuni partiti sono più latitanti che mai”. Scriveva così Beppe Alfano che si domandava: “Quali iniziative “forti” i due politici di razza barcellonese hanno intrapreso negli ultimi anni presso il ministro degli Interni affinchè, una volta per tutte, anche i barcellonesi possano finalmente iniziare a vivere tranquilli?”. Domande rimaste senza risposta, come quelle relative ai veri responsabili della sua morte. Dopo l’omicidio di Beppe Alfano seguì, infatti, un lungo processo, ancora oggi non concluso, che condannò un boss locale, Giuseppe Gullotti, all’ergastolo per aver organizzato l’omicidio, lasciando ancora ignoti i veri mandanti e le circostanze che scaturirono l’ordine di morte nei suoi confronti. 24 anni senza ... read more
    Source: La SpiaPublished on 2017-01-08By Paolo Borrometi
    4 months ago
  • Beppe Alfano, 24 anni senza Giustizia: un cronista di razza che sfidò la verità!
    Beppe Alfano aveva il fiuto del cronista di razza, ma non era neanche giornalista pubblicista (lo fu solo dopo la sua morte, come Giovanni Spampinato, Peppino Impastato e Mauro Rostagno) quando, l’otto gennaio di 24 anni fa, cadde sotto i colpi di pistola di un killer di cosa nostra. A 42 anni lavorava ed investigava, cercando la verità, in maniera solitaria su mafia, politica, intrecci fra comitati d’affari e massoneria che speculava su diversi traffici illegali avvalendosi, già all’epoca, di sovvenzioni Europee. Alfano aveva da poco iniziato un’inchiesta giornalistica che riguardava un traffico internazionale di armi, passando dalla “sua” Messina. Un’altra sua “colpa”, forse la maggiore, fu quella di aver contribuito alla cattura del boss catanese Nitto Santapaola. “Non è più tollerabile che Barcellona debba sottostare alla legge del terrore imposta da esseri socialmente pericolosi. Il tutto mentre le istituzioni politiche di peso stanno a guardare; alcuni partiti sono più latitanti che mai”. Scriveva così Beppe Alfano che si domandava: “Quali iniziative “forti” i due politici di razza barcellonese hanno intrapreso negli ultimi anni presso il ministro degli Interni affinchè, una volta per tutte, anche i barcellonesi possano finalmente iniziare a vivere tranquilli?”. Domande rimaste senza risposta, come quelle relative ai veri responsabili della sua morte. Dopo l’omicidio di Beppe Alfano seguì, infatti, un lungo processo, ancora oggi non concluso, che condannò un boss locale, Giuseppe Gullotti, all’ergastolo per aver organizzato l’omicidio, lasciando ancora ignoti i veri mandanti e le circostanze che scaturirono l’ordine di morte nei suoi confronti. 24 anni senza verità ... read more
    Source: La SpiaPublished on 2017-01-08By Paolo Borrometi
    4 months ago
  • Antonietta Malandrino lascia il Commissariato di Modica, va a dirigere Pachino. Nella Contea arriva Nicodemo Liotti
    Ritorna nella sua provincia, la Dottoressa Maria Antonietta Malandrino, Vice Questore Aggiunto della Polizia di Stato, che ha diretto il Commissariato di Modica dall’ottobre 2005 sino ad oggi. Qui, dopo 28 anni nella Polizia di Stato, ha consolidato le proprie esperienze professionali dopo aver già diretto altri uffici di rilievo. Infatti, dopo aver prestato servizio a Catania presso l’U.P.G.S.P. e il Commissariato Nesima, veniva inviata a dirigere l’Ufficio Immigrazione di Ragusa per poi transitare nella provincia di Siracusa ove ha diretto prima il Commissariato di Pachino, poi i Commissariati di Avola e Noto. Oltre ad essere stata in prima linea nei molteplici servizi di ordine pubblico nei comuni di Modica, Ispica, Pozzallo e Scicli, è stata testimone della evoluzione normativa che ha portato la Polizia di Stato ad affrontare a Pozzallo l’emergenza immigrazione, ancor prima della nascita dei centri di prima accoglienza (oggi hot spot), quando gli sbarchi di migranti avvenivano improvvisamente, spesso di notte, sulle coste pozzallesi. Sotto il coordinamento della Procura della Repubblica svolgeva numerose, importanti indagini di  polizia giudiziaria, assicurando alla giustizia gli autori di reati anche gravissimi (come quelli in danno di alcuni minori) che, nel tempo, portavano all’arresto di tre pedofili, in distinte operazioni di Polizia. Altre operazioni di Polizia infliggevano un duro colpo ai gruppi criminali che nel tempo avevano razziato il territorio con furti di rame, rapine in villa e in esercizi commerciali,nonché bande di italiani e stranieri dedite allo spaccio di stupefacenti. Di rilevante risonanza mediatica, anche nazionale, sono ... read more
    Source: La SpiaPublished on 2017-01-07By Redazione
    4 months ago
  • Antonietta Malandrino lascia il Commissariato di Modica, va a dirigere Pachino. Nella Contea arriva Nicodemo Liotti
    Ritorna nella sua provincia, la Dottoressa Maria Antonietta Malandrino, Vice Questore Aggiunto della Polizia di Stato, che ha diretto il Commissariato di Modica dall’ottobre 2005 sino ad oggi. Qui, dopo 28 anni nella Polizia di Stato, ha consolidato le proprie esperienze professionali dopo aver già diretto altri uffici di rilievo. Infatti, dopo aver prestato servizio a Catania presso l’U.P.G.S.P. e il Commissariato Nesima, veniva inviata a dirigere l’Ufficio Immigrazione di Ragusa per poi transitare nella provincia di Siracusa ove ha diretto prima il Commissariato di Pachino, poi i Commissariati di Avola e Noto. Oltre ad essere stata in prima linea nei molteplici servizi di ordine pubblico nei comuni di Modica, Ispica, Pozzallo e Scicli, è stata testimone della evoluzione normativa che ha portato la Polizia di Stato ad affrontare a Pozzallo l’emergenza immigrazione, ancor prima della nascita dei centri di prima accoglienza (oggi hot spot), quando gli sbarchi di migranti avvenivano improvvisamente, spesso di notte, sulle coste pozzallesi. Sotto il coordinamento della Procura della Repubblica svolgeva numerose, importanti indagini di  polizia giudiziaria, assicurando alla giustizia gli autori di reati anche gravissimi (come quelli in danno di alcuni minori) che, nel tempo, portavano all’arresto di tre pedofili, in distinte operazioni di Polizia. Altre operazioni di Polizia infliggevano un duro colpo ai gruppi criminali che nel tempo avevano razziato il territorio con furti di rame, rapine in villa e in esercizi commerciali,nonché bande di italiani e stranieri dedite allo spaccio di stupefacenti. Di rilevante risonanza mediatica, anche nazionale, sono ... read more
    Source: La SpiaPublished on 2017-01-07By Redazione
    4 months ago
  • Antonietta Malandrino lascia il Commissariato di Modica, va a dirigere Pachino. Nella Contea arriva Nicodemo Liotti
    Ritorna nella sua provincia, la Dottoressa Maria Antonietta Malandrino, Vice Questore Aggiunto della Polizia di Stato, che ha diretto il Commissariato di Modica dall’ottobre 2005 sino ad oggi. Qui, dopo 28 anni nella Polizia di Stato, ha consolidato le proprie esperienze professionali dopo aver già diretto altri uffici di rilievo. Infatti, dopo aver prestato servizio a Catania presso l’U.P.G.S.P. e il Commissariato Nesima, veniva inviata a dirigere l’Ufficio Immigrazione di Ragusa per poi transitare nella provincia di Siracusa ove ha diretto prima il Commissariato di Pachino, poi i Commissariati di Avola e Noto. Oltre ad essere stata in prima linea nei molteplici servizi di ordine pubblico nei comuni di Modica, Ispica, Pozzallo e Scicli, è stata testimone della evoluzione normativa che ha portato la Polizia di Stato ad affrontare a Pozzallo l’emergenza immigrazione, ancor prima della nascita dei centri di prima accoglienza (oggi hot spot), quando gli sbarchi di migranti avvenivano improvvisamente, spesso di notte, sulle coste pozzallesi. Sotto il coordinamento della Procura della Repubblica svolgeva numerose, importanti indagini di  polizia giudiziaria, assicurando alla giustizia gli autori di reati anche gravissimi (come quelli in danno di alcuni minori) che, nel tempo, portavano all’arresto di tre pedofili, in distinte operazioni di Polizia. Altre operazioni di Polizia infliggevano un duro colpo ai gruppi criminali che nel tempo avevano razziato il territorio con furti di rame, rapine in villa e in esercizi commerciali,nonché bande di italiani e stranieri dedite allo spaccio di stupefacenti. Di rilevante risonanza mediatica, anche nazionale, sono ... read more
    Source: La SpiaPublished on 2017-01-07By Redazione
    4 months ago
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